venerdì 1 febbraio 2013

L'ARPISTA DELLA METROPOLITANA

Chiunque frequenti con una certa regolarità le fredde gallerie della metropolitana di Lambrate lo conosce. Se ne sta sul pianerottolo della stazione, dove la gente sale e scende le scale per raggiungere i treni. Se ne sta ben fermo in piedi su pagine di giornale, avvolto in un cappotto blu, col bavero alto sul viso per difendersi dal freddo e dalla corrente che s'incanala giù per il sottoscala. Spalle e testa sono curve sullo strumento, gli occhi verso il basso. Difficile incrociare lo sguardo, assorto nella concentrazione del musicista. Porta guanti neri che lasciano scoperte le dita, le vere protagoniste del mestiere. È un arpista, le mani scorrono sulle corde e i polpastrelli pizzicano magnifiche melodie con un'austera maestria. La gente apprezza, in molti si fermano per lasciare un'offerta, o meglio un pegno per quel breve momento di armonia e delicatezza in giornate sempre caotiche e logoranti.

L'artista riesce nell'impresa di frenare il passo anche ai più frettolosi, smaniosi di rincasare la sera.
Per terra un telo marrone su cui lasciare gli spiccioli e alcuni dischi con le sue musiche. Musiche andine dal ritmo allegro e incalzante oppure lento e malinconico; insomma un'ottima colonna sonora per un viaggio in America latina...

Le metro brulicano di bravissimi artisti e musicisti di strada, ma questo arpista è sicuramente uno dei migliori. Non si sa come si chiami, è difficile fermarlo dal suonare e sembra anche piuttosto schivo. Ma è la sua musica a parlare per lui, com'è giusto che sia.

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