venerdì 9 dicembre 2011

NASCERE A LAMBRATE

Nascere a Lambrate vuol dire tanto. Vuol dire passare l'infanzia tra i campetti dell'oratorio, giocare tutto il pomeriggio e sbucciarsi le ginocchia sul cemento; andare a bere alla fontanella (dal “drago verde”) e magari fregare un paio di “goleador” al bar, prima di andare a casa. Crescere a Lambrate vuol dire scambiarsi i “primi baci” sulle panchine dei parchetti, punzecchiati dagli sguardi turbati delle sciure; andare a scuola la mattina col “23” e vedere un fiume di ragazzi sui marciapiedi chiacchierare tra la stazione e il politecnico. E allora cambi idea, stamattina proprio non tolleri di startene con la fronte sul banco e vuoi goderti la vita e vuoi far colazione dai greci! E poi? “Tutti in piazza Leo”, di primavera, quando si è più grandi e più...irrequieti, più...ribelli!
Certo alla fine della giornata, a Lambrate, si dorme molto meglio dopo una birra con gli amici all'East o al Birrificio...

Crescere a Lambrate, però, vivere a Lambrate, è anche altro...
L'altra faccia del quartiere purtroppo non è poi tanto diversa da quella del resto della periferia milanese; si parla di prostituzione, episodi di violenza, talvolta di razzismo, la gestione scriteriata dei campi rom. Vivere a Lambrate vuol dire vedere aprire un Esselunga in 6 mesi e una biblioteca in 10 anni, chiudere le fabbriche e veder spuntare continuamente palazzoni con appartamenti e loft.
E' la storia di un quartiere, ma è anche quella di un paese. 
E' la storia dei luoghi in cui siamo cresciuti e a cui siamo inevitabilmente affezionati. E' questa storia che vogliamo raccontare, con le sue luci e le sue ombre.

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